New Hedonism
"Cerchi sempre sensazioni nuove. Non abbia paura di nulla... Un nuovo edonismo... ecco che cosa vuole il nostro secolo."


giovedì, 22 luglio 2004

BLOG CHIUSO!!!

"Solo gli emarginati lo rimpiangeranno, perchè solo degli emarginati è il lutto"

postato da Homer84 | 14:17 | commenti (6)

sabato, 26 giugno 2004

Del "Vivere Inimitabile"

Nell'ultimo post avevamo parlato del fatto che la vita dell'intellettuale debba essere coinvolta nell'arte, farsi arte essa stessa, perchè l'arte è l'unico rifugio, l'unica difesa dalla volgarità della vita normale. Proprio per fuggire la banalità di una "vita normale", l'esteta ha il compito di tendere alla raffinatezza, all'eroismo, alla gloria, ad un ideale supremo di bellezza: e quindi, come dicevamo nello scorso post, di creare un proprio stile.
Il poeta del decadentismo italiano (quel D'annunzio il cui estetismo fu più che altro una continua tensione verso il piacere sensuale, verso il sesso, nel quale l'arte aveva però solo un ruolo di piacevole cornice) chiamò "Vivere Inimitabile" la continua tensione dell'esteta verso uno stile che distingua, verso un modo per distaccarsi dalla massa. Non bisogna pensare alla vita cercandone l'artisticità (solo) all'interno dei gesti o nelle grandi scelte, bensì nel modo di trasformare in vita vera quella che può essere solo uno stanco trascinamento di un'esistenza: "vivere è la cosa più rara al mondo, la maggior parte della gente esiste e nulla più", diceva Oscar. E come abbiamo già detto, egli faceva questo con il suo stile, la sua oratoria, la sua capacità unica di affascinare l'uditorio, col suo modo di abbigliarsi, col suo rifiuto più totale della banalità come il peggiore dei peccati (o forse l'unico, visto che i peccati gli piacevano tanto!). Lo stile inimitabile è il primo dei diktat: creare il proprio stile e renderlo immortale, far sì che rimanga nella labile mente dei posteri (sempre pronti a dimenticare ciò che è banale, comune, di tutti), per assicurarsi la vita eterna (d'altronde anche per i Greci si poteva vivere per sempre solo nel ricordo altrui e per l'eroe greco la fama era tutto - la vittoria solo una via per ottenerla): ecco l'unico modo per essere immortali. Ma i modi per fare tutto ciò sono innumerevoli, non esiste una via sola nè un decalogo di regole, dipende dal gusto proprio e della propria epoca, perchè "di moda è quello che indossiamo noi; fuori moda è quello che indossano gli altri", sta a noi fare il nostro stile inimitabile, coi nostri atteggiamenti, le nostre pose, i nostri modi di fare, la nostra cultura, il porsi all"uditorio". L'importante è non morire nella banalità o condurre un'esistenza di basso profilo: DISTINGUERSI è il primo comandamento di questa filosofia. E il genio è colui che può farlo meglio di chiunque altro (ne riparleremo, ovviamente). "La vita è veramente nostra quando ce la siamo inventata da noi", scrive Djuna Barnes ne La foresta della notte: è fondamentale inventarsi la propria vita, farla nostra, renderla diversa.

C'è da aggiungere come, nel vivere inimitabile, non ci sia posto per il dolore: "Non riesco a sentirmi solidale con la sofferenza. E' troppo brutta, troppo orribile e troppo deprimente. C'è qualcosa di assolutamente morboso nell'attuale simpatia per il dolore. Ci si dovrebbe sentire solidali con il colore, la bellezza, la gioia di vivere. Meno si parla dei dolori e meglio è" - diceva il buon Dorian. E questo, che è uno dei suoi aforismi che meglio esprime lo spirito elitario della filosofia estetica e che perciò meno piace alla massa, Wilde fece porre come epigrafe sulla sua lapide nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi: "Solo gli emarginati lo rimpiangeranno, perchè solo degli emarginati è il lutto". Potrà forse sembrare un modo per rifugiarsi nel mondo perfetto dell'arte, fuggendo dalla fatiche e dalle pene dell'esistenza (d'altronde è questa la critica che storicamente è sempre stata rivolta all'estetica), ma è solo un modo per non piangere su se stessi, per superare proprio quegli ostacoli dove la massa si impantana, fermandosi e rimanendo indietro, distante nel veloce fluire dell'esistenza. E' l'invito a superare ciò che c'è di negativo nella vita, a non fermarsi davanti alle difficoltà, a non piangersi addosso, a vivere una vita d'alto profilo: una vita inimitabile, una vita che sia davvero tale, e non solo "esistenza".


postato da Homer84 | 18:03 | commenti (1)

domenica, 20 giugno 2004

Dello Stile e del Dandy

Per l'esteta la vita è la prima e la maggiore delle arti, quella per cui tutte le altre non sono che un’introduzione. "Rendere la propria vita un'opera d'arte": più che un'aforisma, questo fu l'elemento centrale dell'estetismo wildiano, il vero obiettivo dell'esistenza stessa del grande esteta e autore inglese. La vita stessa deve essere ricerca e culto del bello e, in quanto tale, una vera e propria creazione artistica: l'individuo stesso si fa perciò forma d'arte e ognuno diventa così la prima opera artistica di se stesso. Non a caso Wilde ripeteva - con tutto il suo grande senso del paradosso - : "Ho messo tutta la mia arte nella mia vita; nelle mie opere solo il talento".
La vita dell'intellettuale deve quindi essere coinvolta nell'arte, farsi arte essa stessa. L'esteta ha il compito di tendere alla raffinatezza, all'eroismo, alla gloria, ad un ideale supremo di bellezza. Per far ciò, l'artista ha necessità di essere assolutamento libero da ogni condizionamento (principalmente da quelli morali ed etici), per poter esprimere con libertà la propria opera d'arte. Quindi anche la sua vita deve rispecchiare ciò: l'artista e l'esteta devono essere liberi da ogni legame con la società, con i comportamenti e i sentimenti, perchè questi legami non permettono di ricercare liberamente la bellezza.

La ricerca della bellezza nella propria vita e il tentativo di rendere essa stessa un'opera d'arte si esplicano nell'elaborazione di un proprio Stile, di una propria personale maniera di vivere, atteggiarsi, comportarsi e, perchè  no, anche di vestirsi: la moda per un attimo rende universali le cose più fantastiche, e il dandismo è a suo modo un tentativo di asserire l’assoluta modernità della bellezza. Se l'arte ha l'innegabile vantaggio di essere immortale, rendere la propria vita artistica vuol dire assurgere ad una qualche forma di immortalità: l'elaborazione di un proprio stile è un modo per rimanere per sempre vivi nelle "loro" menti, per colpirli, vivere per sempre nel "loro" ricordo ed essere quindi immortali (ne riparleremeo in occasione del post sul suicidio estetico).

Abbiamo nominato poco sopra il dandysmo come stile di vita: il Dandy fa dell'eleganza un simbolo della superiorità del proprio spirito. Egli usa la sua intelligenza per scioccare e il suo individualismo come richiesta di assoluta libertà (dettata dal suo essere superiore). Per il Dandy la vita vuol dire piacere e il piacere è dettato dalla Bellezza, perciò egli ricerca l'arte, la buona conversazione, le buone frequentazioni e il gusto raffinato per l'abbigliamento, per creare il prorpio stile. Perchè "nelle questioni di grande importanza, è lo stile, e non la sincerità, ad essere vitale". Il più grande peccato, per chi ricerca un proprio stile inimitabile, che lo contraddistingua, è l'essere (o l'essere ritenuto) banale, naturale, non diverso dalla massa: Wilde affermava "essere naturali è solo una posa, la più irritante che conosca" (ne riparleremo a proposito del "vivere inimitabile").
In questa maniera viene rovesciato l'assunto classico secondo cui è l'arte ad imitare la natura e quindi la vita: nell'esistenza dell'esteta, "la vita imita l'arte molto più di quanto l'arte imiti la vita", perchè è essa stessa il primo dei capolavori.



postato da Homer84 | 16:45 | commenti (2)

sabato, 19 giugno 2004

Ladykillers

Di recente ho visto Ladykillers dei fratelli Coen: la recensione, come sempre, è qui!

postato da Homer84 | 15:53 | commenti

lunedì, 14 giugno 2004

L'arte per l'arte in Dorian Gray

Nello scorso post parlavamo del Sublime. Proprio la scarsa comprensione del principio del Sublime (che governa l'estetismo wildiano) da parte dei critici dell'Ottocento, fu alla base delle critiche negative al Ritratto di Dorian Gray: esse vertevano per lo più sull'affermazione che il romanzo propinasse una falsa morale o una morale "sbagliata" (ammesso che ve ne possano essere di giuste o sbagliate), basando le argomentazioni principalmente sul comportamento lascivo del protagonista (e via dicendo). Quello che Wilde non mancò di puntualizzare in diverse occasioni è che la sua opera, come qualsiasi opera d'arte, non andava giudicata da un punto di vista etico, bensì da uno artistico, in quanto le due sfere sono assolutamente opposte e separate: o per lo meno che quando l'artista crea, non lo fa seguendo un'etica, ma la sua genialità e quindi l'impulso artistico. Egli non voleva che nel suo racconto fosse trovata alcuna morale: d'altronde il romanzo stesso è principalmente una serie di splendide conversazioni di natura estetica, in cui trionfa lo stile e la conversazione del loro autore! Poc'altro: e Wilde ne era conscio perchè così aveva voluto. "Se un'opera d'arte è ricca, e vitale, e completa, - diceva Wilde - coloro che sono dotati di istinti artistici ne vedranno la bellezza, e coloro ai quali l'etica importa più dell'estetica ne vedranno la lezione morale". D'altronde a chi vede la Bellezza in qualcosa, importa assai poco del portato etico della cosa stessa.

postato da Homer84 | 21:16 | commenti (2)

venerdì, 11 giugno 2004

Sul Sublime

"All art is quite useless" ("Tutta l'arte è completamente inutile"): così termina la prefazione al Ritratto di Dorian Gray, con questo aforisma che è una sorta di minuscolo manifesto dell'estetica. L'arte non ha scopo morale o didattico, non ha secondi fini: è solo culto della forma e del bello, senza scopi secondari. L'arte non mira ad insegnare alcunchè, bensì è fine a se stessa. Chi produce arte lo fa per il semplice culto dell'arte stessa, per il piacere che la creazione artistica istilla nel genio creatore (la famosa Torre d'Avorio dell'autoreferenzialismo estetico): "Art is for art's sake", quindi non bisogna avvicinarsi ad essa cercandovi un insegnamento, un modo di vivere o, peggi'ancora, una morale. L'arte deve essere scevra da ogni contaminazione con la realtà, deve avere un significato assoluto, in sè per sè e non deve nemmeno riflettere l'autore: esso deve rimanere nascosto, in quanto la sua vita deve sublimarsi nella creazione artistica.

Tale concetto dell'arte fine a se stessa (e quindi il principio del Sublime) è mirabilmente esposto nella favola di Oscar Wilde, intitolata "L'usignolo e la rosa". Nella storia, un usignolo si toglie la vita per colorare col rosso del suo sangue una rosa bianca che uno studente avrebbe dovuto donare ad una ragazza per avere il suo amore: ma la ragazza rifiuta di concedersi, anche dopo il dono. L'usignolo è quindi morto invano, ma il suo sacrificio rimane sublime, proprio in quanto è fine a se stesso, privo di un suo scopo: il suo gesto è perfetto e artistico proprio in quanto inutile. L'uccello dà la vita di fronte al sentimento dell'amore e con questo sacrificio vano rende sublime e artistica la sua esistenza.

Nella filosofia di Schopenhauer l’esperienza del Sublime ha un rilievo addirittura maggiore rispetto a quella del Bello. Anzi è proprio questa l’esperienza estetica fondamentale. Poiché ciò di cui facciamo esperienza nell’arte è la liberazione dalla volontà individuale, ossia determinata, niente di meglio che lo spettacolo della natura scatenata ci pone di fronte a questa “sconfitta della nostra volontà” (ossia della volontà individuale). Avvertiamo che “siamo tutt’uno col mondo e che quindi la sua immensità non ci abbatte, ma ci risolleva”. Questa elevazione al di sopra della nostra individualità è “il sentimento del Sublime”. Se nell’esperienza del Sublime, il venire meno della volontà si produce in modo spontaneo, giudichiamo invece bella una cosa quando “la sua vista ci rende obiettivi”, ossia quando la sua contemplazione annulla la nostra coscienza individuale elevandoci a “puri soggetti conoscenti, liberi da ogni volontà”. In secondo luogo, nell’oggetto bello riconosciamo non una cosa individuale, ma un’idea: la nostra contemplazione deve isolare l’oggetto dalle sue relazioni esterne e riposare tutta “nell’oggetto stesso”.

Nel prossimo post analizzeremo meglio l'importanza del fine a se stesso nelle opere d'arte e, in particolare, nell'interpretazione de Il ritratto di Dorian Gray.


postato da Homer84 | 21:10 | commenti

I diari della motocicletta

Film visto di recente e recensito: I diari della motocicletta. Trovate la recensione, come sempre, su Binarioloco.


postato da Homer84 | 21:08 | commenti

"Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza"